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#niades14 #freedom #sweetobefree

26 novembre 2014

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Pensata e maturata a lungo, finalmente con la vendemmia 2014, si attua la voglia di abbandonare la docg Brachetto d’Acqui per intraprendere, con le stesse vigne, con le stesse uve e con le stesse mani, una libera avventura chiamata #freedom. 

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Libera dalle scellerate scelte di un Consorzio che, non promuove nè tutela le doc e docg per le quali è stato costituito, ma le affossa dietro meri interessi personali di pochi perdendo di vista la risorsa principale: i contadini.

Ma come é articolata la produzione in Piemonte dalle vigne di Brachetto?

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Brachetto d’Acqui

Essenzialmente in una doc Piemonte Brachetto (zona ampia tra le provincie di Cuneo,  Asti ed Alessandria) ed una docg Brachetto d’Acqui molto più ristretta di 26 comuni nella quale si trovano le mie vigne.

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Piemonte Brachetto

Esiste poi una terza zona numericamente importante che è il Roero dove però da tempo hanno fatto la scelta territoriale di chiamarlo Birbèt come mosto parzialmente fermentato. 

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Birbet

Il Brachetto è un vitigno da sempre presente sulle nostre colline, anche prima della distruzione della fillossera, ma dobbiamo aspettare gli anni ’50 quando, da una intuizione di un giovane ed innovatore produttore, nasce l’attuale tecnica di produzione che ne esalta aromaticità e tipicità facendolo diventare, in poco tempo, un vino molto definito e riconoscibile.

Arturo Bersano intuisce che i profumi delicati dell’uva brachetto devo essere salvaguardati con una lavorazione soffice, con una moderata fermentazione (sennò poi diventa amaro sosteneva) e con una periodo di consumo limitato e giocato sull’immediatezza delle note aromatiche.
Sperimentando diverse fermentazioni anticipa ciò che la conoscenza della chimica applicata al vino spiegherà più tardi, cioe che gli aromi (geraniolo e linalolo) sono chimicamente legati agli zuccheri che quindi vanno preservati anche per garantire equilibrio e corpo del vino.

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Grappolo di Brachetto

Nasce in Bersano il disciplinare ancora attuale del Brachetto d’Acqui e nasce, quindi, un vino che pian piano si andrà ad incastonare tra le eccellenze enologiche piemontesi aiutato dalla tecnologia del freddo che dagli ultimi anni ’70 conquista spazio in tutte le cantine più moderne.

Una escalation inarrestabile grazie a cantine che sfruttano la crescente esperienza in cantina unita alla maggior qualità delle uve garantita dai nuovi cloni e dai nuovi impianti.

Si arriva sino a metà degli anni ’90 dove é l’uva più remunerativa del Piemonte, più del Nebbiolo, con quei famosi 35 milioni di lire ad ettaro che galvanizzano gli agricoltori ad aumentare gli impianti.

Purtroppo, proprio li, inizia il declino del Brachetto: impianti fuori controllo, spesso in zone non vocate, senza dall’altra parte, in seno al Consorzio,  una politica di comunicazione efficace e moderna che potesse sviluppare nuovi mercati e nuovi consumi pronti ad accogliere la crescita produttiva.

Un’altra causa del declino é la scarsa qualità dei Brachetto prodotti dall’industria (che fino a pochi anni fa deteneva oltre il 95% della produzione) anche perché non lo producono millesimato ma spesso tagliano dei mosti vecchi, e quindi ossidati,  con il prodotto nuovo inficiando il risultato finale.

Ultimamente i brachetto di più larga diffusione sono vini solo dolci, quasi nauseanti, con colori non integri, stanchi, e senza nessuna ricerca della freschezza del frutto e dell’aroma risultando, di conseguenza,  poco bevibili. 

Sui mercati la colpa principale della perdita di quote é stata quella di una comunicazione assurda: voler a tutti i costi abbinare il Brachetto a pasticceria secca, dessert delicati o frutta fresca senza pensare di sviluppare un consumo nella fascia aperitivo e nella fascia H24 (24/7 per gli anglosassoni).

Il Brachetto é diventato con il passare degli anni una bevanda “vecchia” e poco appetibile diventando un prodotto -out off business-
Recessione dei consumi fortissima ed aumento dei mosti invenduti che, nei bilanci, vengono elegantemente indicate scorte di magazzino. (Ho sempre riso di gusto su questo aspetto).
Cosa hanno fatto il Consorzio ed i produttori per contrastare la recessione e rilanciare l’immagine del brand #brachetto? 

N U L L A.

Nulla di utile e di innovativo, si é pensato solo a prendere decisioni stile asilo infantile: diminuisce la domanda-diminuiamo la resa per ettaro per produrre meno.

Boom. 

Ma se si diminuisce la resa, diminuirà anche il reddito dei contadini?

Ecco un altro colpo di genio: aumentiamo il prezzo di uva e mosti per garantire al viticoltore un reddito decente.

Altro boom.

In poche vendemmie il Brachetto, oltre nel non essere più richiesto per i motivi precedenti, perde competitività anche per un prezzo troppo alto se rapportato a percezione del brand e qualità dentro la bottiglia.

In più il Consorzio di Tutela del Brachetto approva due tipi di trattenute ad ettaro (una quota da versare per ogni ettaro vitato): una per la “promozione” che io metto tra virgolette perché é sotto gli occhi di tutti che poi non si é fatto nulla di concreto ed innovativo; l’altra che serve a bilanciare la perdita di valore del magazzino del mosto di Brachetto in stoccaggio delle annate precedenti. (Tradotto vuol dire mosti invenduti perché di pessima qualità che giacciono in “alcune” cantine).

Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso é stata la proposta di accordo, del Consorzio di Tutela, sul prezzo e sulle rese del Brachetto per la vendemmia 2014 appena conclusa.

-6000 euro ad ettaro per ogni contadino che quindi produce in perdita dato che, per coltivare un ettaro di Brachetto, servono 7500 euro (9000 quest’anno).

-Resa docg di 30 quintali per ettaro quando il disciplinare recita 80.

-I rimanenti 50 quintali/ettaro a Mosto Parzialmente fermentato.

Si avete letto bene.

Un Consorzio di Tutela che propone di produrre più mosto parzialmente fermentato (vino rosso) che quota a docg Brachetto d’Acqui????

Può succedere solo qui che nessuno si opponga a questa indicazione e continui a farsi rappresentare da un Consorzio e da un Presidente che si auto delegittimano. 

30 quintali per ettaro equivarrebbe a produrre circa 3000 bottiglie ad ettaro di Brachetto d’Acqui in luogo delle quasi 11 mila del fratello Moscato d’Asti e non serve, con questo, specificare quanto diventerebbe poco competitivo sui mercati internazionali. 

A seguito di tutte queste vicende (e di tante altre che non sto qui a specificare),  
ho deciso di cambiare strategia comunicativa del mio Niades: passare dalla docg Brachetto d’Acqui a “mosto d’uva parzialmente fermentato” (equivalente di vino rosso).

In questo modo sono riuscito a raccogliere uve brachetto con una resa ad ettaro ottimale (80 quintali) per produrre un vino fresco fruttato ed aromatico avendo anche maggiori libertà nel decidere la % di alcool. (Nella docg dovevo rimanere nella forbice 5-6.5% vol).

La legge mi impedisce di scrivere in etichetta l’uva di partenza perché,  brachetto, da il nome ad una docg ed a una doc e, proprio per questo, ho deciso di lanciare una idea, subito sostenuta da Maurizio Gily, un nome che vorrei diventasse un riferimento territoriale: #freedom #sweetobefree. 

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Freedom per la libertà di un vino che può essere bevuto e goduto sempre, a qualunque ora (perfect 24/7), e freedom per la libertà di staccarsi dal vetusto mondo del Brachetto che, specchiandosi senza reagire,  sta assistendo al suo inevitabile declino.

Freedom sweet to be free é un gioco di parole per sottolineare la doppia ee di sweet, di free and need tutti citati dai Queen.

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#niades14 verrà imbottigliato in più lotti durante l’anno per far risaltare fragranza e freschezza e, con il primo, datato 13 novembre 2014, ho deciso di arrestare la fermentazione a 4% per lasciare più zuccheri residui che possano bilanciare una acidità importante: 7.80 di acidità totale con 137 g/l di zuccheri residui e 4.02 di alcool svolto.

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#niades14 si presenta con le bolle grazie alla CO2 di fermentazione che viene trattenuta nel vino per mezzo dell’utilizzo di vasche ermetiche chiamate autoclavi. 

La CO2 é un acido che, abbassando il pH, svolge un importante ruolo di conservante naturale oltre a veicolare i profumi al naso e a dare maggior dimensione al Niades14 in bocca.

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L’idea dei 4° di alcool é piaciuta subito e rende il vino molto più facile da bere e dissetante; l’idea che ho del futuro del mio Niades si intravede da questa annata dove, l’acidità,  lo rende poco dolce al palato, lineare e facile da bere.

Io lo propongo come vino da aperitivo cercando di accostarlo a piatti salati come il salame ed a formaggi molli a pasta bianca.

#niades14 é un vino delicato, profumato, elegante che non consiglierei mai su dessert a base di cioccolato o crema. É un vino da bere in qualunque momento della giornata cercando di osservare un unico “comandamento”: la temperatura di servizio ideale è di 4°C. 

Sto realizzando la nuova bottiglia bianca  del #Niades14 che presto avrà chiusura con tappo a vite per preservare al massimo la delicatezza dell’aroma.

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